06/10/2026
Che cosa intendiamo quando parliamo di architettura femminista?
Parlare di architettura femminista vuol dire osservare lo spazio attraverso lo sguardo delle donne, chiedersi per chi è stato pensato, chi lo abita, quali esigenze interpreta e soddisfa, se l’approccio maschile, storicamente predominante, non ha finito per rendere le città meno inclusive. Parlare di architettura femminista vuol dire riconoscere che una città, una casa o una strada raccontano sempre un’idea delle persone e delle relazioni tra di loro, e che includere punti di vista rimasti a lungo meno ascoltati permette al progetto di leggere meglio la realtà e di cambiare abitudini, ruoli e gerarchie.
È il senso dell’intervento di Maria Acrivoulis, past president nazionale Aidia, all’incontro sull’architettura femminista del 3 ottobre scorso al Festival dell’Architettura di Roma. Le donne nell’architettura ci sono da sempre, ha ricordato Acrivoulis: hanno progettato, insegnato, trasformato pezzi di città. Eppure molte di loro hanno avuto meno spazio nei libri, nei riconoscimenti e nei racconti con cui l’architettura ha costruito la propria storia. Oggi conosciamo bene questo squilibrio. È da qui che nasce il lavoro di Aidia sulla memoria. Con l’Atlante delle donne in architettura. Roma 1920–1975, Aidia Roma ha rimesso insieme centinaia di storie, opere ed esperienze al femminile, nomi che tornano a occupare il posto che spetta loro nella storia della città e che diventano riferimenti per chi oggi studia, progetta e insegna. Perché la memoria produce visibilità e la visibilità permette di riconoscere il merito e l’autorevolezza, condizioni indispensabili quando arriva il momento di scegliere un progetto e prendere una decisione.
Per questo non basta contare quante donne esercitano la professione, ma conta quanto possono incidere, quanto vengono ascoltate, quanto partecipano alle scelte che riguardano la professione e la città. “Non basta invitare le donne nella stanza” dice Acrivoulis, “bisogna smettere di riservare agli uomini il posto a capotavola”.